Il rito del bucato … e la spianatora

Anche se con il passare degli anni la qualità della vita andava via via migliorando, il lavoro femminile rimaneva sempre pesante; basti pensare all'enorme fatica che richiedeva il "rito" del bucato. Il lunedì mattina, giorno canonico per questa operazione, le donne si alzavano verso le tre per recarsi al "lavatore" pubblico", che veniva aperto verso le sette, a "pijà la bugia" (la buca, il lavello) il cui scarico, privo di tappo, doveva essere otturato con degli stracci; ogni massaia se ne portava uno di colore diverso per indicare alle altre la "proprietà acquisita". Chi arrivava tardi, trovava tutto occupato e doveva rimandare al giorno dopo. L'affluenza era tanta perchè, oltre alla necessità del risparmio, per il risciacquo del "bucato scuro" occorreva acqua in abbondanza e al "lavatore" questa giungeva, attraverso un tubo sotterraneo, dalla fontana di Piazza del Santuario.
la fontana a lato della chiesa Quest' ultima, a differenza di come la vediamo oggi, era disposta trasversalmente all'inizio di Viale Morelli, che ancora non c'era, e chiudeva la piazza. Essa era alimentata dall'Acquedotto romano che partiva da Capodacqua e dalle cinque cannelle sgorgava ottima acqua in continuazione. Chi abitava troppo distante dal "lavatore" pubblico di Via Roma, poteva usufruire a Numana bassa della fontana sita all'inizio della salita del cimitero, ed anche qui litigi ed alterchi per l'accaparramento della pietra più grande o del rubinetto più copioso non mancavano. L'utilizzo del "fosso de Fanellu" comportava un disagio veramente notevole perchè il viottolo da percorrere, al ritorno, diveniva alquanto faticoso con la cesta della biancheria più pesante. L'acqua a disposizione era particolarmente abbondante, ma le "lavandare" dovevano stare accorte nel caso in cui i Surgentò avessero aperte le paratie per far affluire ii prezioso liquido alla ruota del mulino, perchè avrebbero potuto essere, se non travolte, bagnate abbondantemente. Non minor fatica richiedeva alle massaie l'impegnativa impresa del "bucato bianco" che si configurava in un vero e proprio "cerimoniale". In ogni casa c'era una "mastella" (tinozza, bacinella) grande di legno "a tre recchie" (tre maniglie), dove veniva appoggiata la "spianatora", (*) che serviva soprattutto per il lavaggio a mano della biancheria intima e di casa. Dopo questa prima operazione la stessa veniva messa, saponata, alle "mosce" cioè "spasa" (posta) per diverse ore sull'erba al sole e bagnata, ad intervalli regolari, con l'acqua per essere sbiancata. Quindi veniva rimessa nella "mastella", coperta con un telo bianco su cui si stendeva la "cenigia" (cenere) e si versava acqua bollente. L'operazione era chiamata "lescia".
Il mattino successivo i panni si risciacquavano e si mettevano ad asciugare. Si otteneva un bucato che "più bianco di così non si può", veramente pulito e profumato al naturale.
(*) era anche la tavola della conca (madia) che veniva usata per fare la pasta e il pane e per mangiarci la classica "polenta sulla spianatora" vero e proprio rito conviviale del tempo che vedeva i tanti commensali in gara per arrivare al centro dove in genere si trovava il meglio di "quel poco" che caratterizzava il condimento. Emblematico il racconto tra il serio e il faceto che si faceva narrando di una povera aringa "appesa" con un filo al centro, giusto per condire la povera polenta col solo ... afrore e a proposito narro di mio padre che era il più serio concorrente del nonno, che inghiottiva invece di masticare, ad arrivare al centro e ci riuscì in una sola occasione durante una licenza dal militare, periodo bellico ... ricordi ...

tratto da "mia cara Numana de 'na volta" di Liberato Drenaggi

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