La Ganga

Con il crescere dell’età naturalmente, fermo restando il problema di come impegnare il tempo lasciato libero dal lavoro, variavano le attività e i passatempi. I giovani sotto i venticinque anni formarono un gruppo denominato "La Ganga". Ne facevano parte (mi scuso con quelli di cui mi sfugge il nome) Rafelì de Baldò, Peppe de Gadì, Lisà de ltela, Odu del Furnaru, Faustì de Millanta, Mariu d’Ercole, Santiagu de Madalena, Ucciu del Maggiore, Ceppì, due operai che lavoravano alla ristrutturazione della villa Petromilli ed un certo John, un ragazzo di Castelfidardo che viveva negli U.S.A. ma che, quando si trovava in Italia, passava molto tempo a Numana. John è ritornato qualche anno fa ed i suoi ricordi esprimevano la nostalgia e l’ amarezza per non aver ritrovato tutti i suoi amici. La Ganga, bravissima nel preparare i diversi addobbi per i vari veglioni di Carnevale alla Fenice, manifestava tutta la sua capacità creativa nell’organizzare gli scherzi. Fu così che una "patana" (piccola barca) finì per ammarare dentro la fontana vicino alla chiesa, l’insegna del negozio del barbiere sormontò la porta di quello del macellaio o viceversa,   i bidoni dell’immondizia decorarono, a mo’ di festoni, le strade e qualche commerciante si ritrovò con la vetrina chiusa da un muro di mattoni a secco . E il podestà del tempo, Franceschini, assecondava questi scherzi e si intratteneva volentieri con il gruppo in quanto la gioventù, fondamentalmente onesta, pur se distratta da questi passatempi, non combinava guai.
Altri ragazzi, Miliu de Mabilia e Carmelu de Lentinellu, fratello di Peppe el sagrestà, si dedicavano alla scultura modellando la creta. Riprodussero, in dimensioni normali, "Un soldato morente" ed un "Cristo deposto" che, giudicati idonei dalle autorità provinciali, furono esposti ad Ancona in una mostra didattica. Il mondo giovanile di quei tempi, nonostante i problemi che aveva, a volte anche di sopravvivenza perchè non si nuotava certamente nell’oro, doveva già risolvere la questione del tempo libero.
foto tratta da Wikipedia Chissà se era stata la stessa cosa anche per i nostri genitori o addirittura per i nostri avi, nati dal 1850 in poi? Dai racconti di mia nonna, Checca de la Cupulina, desunsi che il "problema" era stato risolto molto bene, specialmente dalle donne. La parola "lavoro" non esisteva, c’era soltanto la "fadiga" tant’è vero che, quando non ne potevano più, le massaie dicevano: "So’ stracca morta per quanto ho fadigatu". In tutte le stagioni iniziavano a lavorare prima dell’alba e terminavano a tarda notte fino a che lo permetteva il lume a petrolio. Facevano le faccende domestiche, si approvvigionavano dell’acqua potabile, per l’uso giornaliero, alla fontana pubblica, filavano la lana per calze e maglie, usavano il fuso, l’arcolaio, la “naspa" (strumento per raccogliere il filo in matasse), si chinavano sul telaio per le necessità familiari e per vendere le tele in Ancona, dove arrivavano a piedi con la cesta, stipata di tessuto, sulla testa. Dato che in casa non c’era posto, poiché il telaio occupava molto spazio, le "caneline" (i rocchetti del filo) necessarie per tessere venivano preparate "‘nte l’ Urditore", una casupola situata dietro la casa di Claudio Marchetti. Al piano terra erano conficcati nel muro degli spuntoni di legno dove si infilavano pezzi di canna su cui veniva avvolto il filo di cotone necessario per l’ordito.
L’ "Urditore" serviva anche alle coppie di fidanzati per avere momenti di intimità, sfuggendo al rigido controllo dei genitori... certo le ragazze dovevano evitare assolutamente di farsi vedere perchè, se scoperte, avrebbero "persu l’unore".

tratto da "mia cara Numana de 'na volta" di Liberato Drenaggi

Commenti

  1. bel pezzo, ma basta co' franceschini....

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  2. che gioia un tuo commento come sempre illuminante e sagace .. qual buon vento ti ha portato in questi lidi di nostalgico amarcord??
    c'è sempre franceschini anche quando
    non ci penZo .. ;-))

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