Puzza di scalfiniccio


mastella a tre recchie
P er la serie “mi ritorni in mente” o “rimembranze olfattive”, (perché c’è anche una memoria olfattiva, è bene che si sappia) mi si è acceso un neurone che ha portato a un recondito modo di dire sepolto in uno dei tanti cassetti della mente. Premesso che era giorno di doccia a prescindere da una qualsivoglia attività fisica e con quest’ultima, che si è materializzata in una  salutare quanto sudata camminata “on the beach”, il tasso di fetore, una volta rientrato a casa, nei panni già pronti per la lavatrice da prima dell’exploit all’aperto, era così aumentato da renderlo difficilmente catalogabile in uno dei normali miasmi ad esso associati. Era per così dire una “puzza de scalfiniccio” termine questo che ho udito solo da piccolo, tanti anni fa e probabilmente associato a un vecchio modo di dire in uso nelle nostre campagne. Forse e dico forse, esso era collegato a quel fetore di fondo che spesso emanavano i nostri compagni di scuola provenienti dalle zone rurali del paese. Si viveva a stretto contatto con gli animali, cosa che aggiunta al normale odore umano quando si necessita di un bagno, creava nella persona una scia maleodorante che si definiva in quel modo. Quando la vergara ti ammoniva con quel termine, significava che la mastella era pronta con l’acqua calda e rigorosamente a “tre recchie”. Le cose miglioravano un poco una volta immersi in quella brodaglia di sapone e grasso umano, che aveva contenuto un attimo prima uno o più fratelli.  Il tempo di rimettersi prontamente e d’impegno, al ripristino di quelle condizioni fisiologiche che avevano portato inesorabilmente alla mastella. Il ricordare ad ogni modo quei tempi è comunque piacevole e … un pizzico nostalgico.

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